di Gianluca Panareo
a cura di Marco Izzolino

MEMINI – ricordare, ricordarsi.

La parola latina campeggia come un monito sulle finestre e sui portali di Palazzo Marigliano. Una parola incisa nel marmo, ricordare nel passato così come continuare a ricordare nel futuro, sopravvivere al tempo imprimendo un segno.
È su questo concetto che la prima edizione di APERTURE elabora il suo percorso, chiamando l'arte contemporanea a relazionarsi col ricordo, con la storia, con gli ambienti antichi del palazzo a loro volta fusi nel tessuto urbano in quell'unicum edile, paesaggistico ed umano che è Napoli.
Palazzo Marigliano diventa la cornice per un'indagine sulla città, sulle sue caratteristiche più intrinseche che la rendono una città unica, viva, vulcanica, refrattaria alla gentrificazione e alla spersonalizzazione, contraria all'ordine asettico della città contemporanea, sporca di una vita e di un'umanità ben più solide del mattone e della pietra, resistenti ai disastri, alle guerre, ai cataclismi che più volte hanno colpito gli edifici, ma non lo spirito di una comunità resiliente e di carattere.
MEMINI diventa quindi un percorso, un'ascesa dantesca attraverso gli aspetti caratteristici della città, da quelli più oscuri ed infernali a quelli più sublimi ed elevati, un cammino che dalle cavità telluriche e vulcaniche della terra porti alla luce lieve del cielo e allo splendore del sole. Perché non può esserci luce senza oscurità, e Napoli questo lo racconta molto bene, coi suoi vicoli bui che esplodono sul mare più luminoso, con la sua terra fertile che nasce dal vulcano, con la lava che diventa scultura, con la sua veracità che la rende unica ed ambita.
Un intervento site-specific non solo sul palazzo, quindi, ma sull'intero tessuto che lo ospita, in cui l'arte contemporanea è chiamata prima di tutto ad osservare, per poi riuscire a creare un'allegoria potente della città, che racconti al meglio la sua potenza, la sua unicità, la sua bellezza spinosa e allo stesso tempo avvolgente.

Parthenope non è morta, Parthenope non ha tomba, Ella vive, splendida giovane e bella, da cinquemila anni; corre sui poggi, sulla spiaggia. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori, è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene (...) quando vediamo comparire un'ombra bianca allacciata ad un'altra ombra, è lei col suo amante, quando sentiamo nell'aria un suono di parole innamorate è la sua voce che le pronunzia, quando un rumore di baci indistinto, sommesso, ci fa trasalire, sono i baci suoi, quando un fruscio di abiti ci fa fremere è il suo peplo che striscia sull'arena, è lei che fa contorcere di passione, languire ed impallidire d'amore la città. Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non muore, non ha tomba, è immortale ...è l'amore.
Matilde Serao

Gianluca panareo

La sua ricerca si focalizza sul concetto di "Dinamica", sia nella sua declinazione scientifica che in quella filosofica, per mettere in atto un’indagine che è contemplazione del reale, provocazione del paradosso, analisi della reazione. Meccanica, chimica, fisica, biologia e sociologia diventano strumenti, assieme alla fotografi a e al teatro, utili a costruire un linguaggio che coniughi concetto ed emozione, al contempo rito, riflessione e suggestione politica. Nel lavoro di Panareo, il linguaggio del teatro si dilata, diviene il pretesto per una drammaturgia della dinamica, scenario e macchina in cui entrare, da affrontare o da cui lasciarsi trasportare. Teatro che abbandona palchi e copioni per invadere lo spazio e il tempo del presente, dove la scenografi a diventa installazione e l'azione si fa vita, abiurando la recitazione, assimilando la performance. Teatro come accadimento che talvolta sedimenta nel privato di una fotografia, in cui l'inquadratura diventa un boccascena aperto sugli scorci del reale. L'opera fotografica assume un equilibrio architettonico sia nella composizione che nell'installazione, per tornare ad essere elemento dello spazio e luogo in cui entrare, da vivere.

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